Libertà per Gulizar Tasdemir!

Aderiamo all’appello della Rete Jin di solidarietà con le lotte delle donne kurde e invitiamo alla massima condivisione!

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Resistenti, libere e autodeterminate: basta odio cattofascista!

”Fermiamo questo gioco perverso, tuteliamo i nostri figli”: è questo il titolo dell’evento organizzato sabato 07 luglio scoso presso una sala consiliare di Via Battindarno, mentre noi ci trovavamo al Pride. A promuoverlo, lontani da tutti e sicuri che in una giornata come quella sarebbero stati al riparo da contestazioni dirette, è stato Evita Peron , il dipartimento femminile di Forza Nuova, uno dei più feroci partiti fascisti italiani, che può così, in una sala concessa dal quartiere Reno-Borgo Panigale, portare avanti,indisturbatamente, la solita campagna d’odio. Quest’associazione rivendica il ruolo della donna e della famiglia al servizio della patria e della tradizione fascista, e sono gli stessi che venerdì 06/07 hanno recapitato al sindaco Merola ”indumenti da donna volutamente provocanti”, citiamo, affinchè li indossasse per partecipare al Pride. Durante l’ evento si è dibattuto sull’ art 609 quater c.p. a cui l’associazione si appella per paragonare l’educazione sessuale e alla paritá di genere nelle scuole alla violenza sessuale inflitta ai minori, portando avanti un discorso perfettamente in linea con le politiche razziste, familiste, antiabortiste e antigender dell’attuale governo. E non è un caso infatti che il neoministro dell’istruzione Bussetti, in continuità con chi l’aveva preceduto negli ultimi due mandati, nelle scorse settimane abbia incontrato ufficilamente Gandolfini, il principale organizzatore del Family Day e dei Bus No gender che hanno infestato le strade di tutta Italia nei mesi scorsi, andato a chiedere di fermare la fantomatica ”colonizzazione ideologica del gender nelle scuole”. Dalle sale consiliari dei quartieri delle città ai palazzi di governo i cattofascisti si organizzano e stringono alleanze che saranno, tutto lascia presagire, produttive.

Facendo appello ad una pretesa naturalità della coppia uomo-donna, organizzazioni come queste vogliono escludere e marginalizzare la complessità delle identità che sono scese in piazza oggi orgogliosamente e che tutti i giorni vogliamo incontrare per le strade, resistenti, libere e autodeterminate.

Perciò, come Mujeres Libres, vogliamo sottolineare l’importanza di prendere posizione contro attacchi pubblici come questi, che attentano, con discorsi di odio, il diritto di tutte e tutti all’autodeterminazione. L’educazione sessuale, all’affettività e alla parità di genere nelle scuole è sotto attacco perchè è fondamentale per combattere e sdradicare gli stereotipi di genere che giustificano intolleranza e violenza, perché è uno strumento fondamentale per l’ottenimento di una maggiore consapevolezza di sè, delle altre, per la pratica del rispetto reciproco, per l’autodeterminazione sui corpi.

Noi siamo libere di vivere e di esprimerci, e condanniamo l’appello all’intolleranza di queste associazioni pro-odio, altro che pro-life! Gli attacchi degli ultimi giorni possono sembrare simbolici, ma sono ciò che domani guiderá e giustificherá le aggressioni subite nelle strade. La violenza simbolica è la stessa violenza fisica che tutti i giorni minaccia i nostri corpi nelle strade (e non solo). La nostra presenza in piazza è stata una rivendicazione contro ogni tipo di violenza subita, non solo perché non ci arrendiamo all’eteronormatitività imposta e alla violenza che comporta, ma perché essere ”pride” significa anche ribadire la necessità di combattere il fascismo sempre e comunque con ogni forma e mezzo. Torniamo alle basi dell’attivismo e del vivere comune: organizzaimo collettivi, denunciamo gli atteggiamenti fascisti e razzisti con le persone con cui lavoriamo e viviamo, creiamo reti di mutuo appoggio, occupiamo spazi, creiamo servizi autogestiti, scambiamoci informazioni e facciamo controinformazione, prendiamo il tempo per riflettere, per smascherare ogni infiltrazione razzista e sessista anche la più banale, cerchiamo alleate nel nostro quotidiano, combattiamo coraggiosamente senza vergogna contro ogni prevaricazione.

Ieri, oggi e sempre, la nostra esistenza è una RE-ESISTENZA!!!

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Fascismo e sessismo: le politiche sociali che Forza Nuova riserva alle donne

Abbiamo scritto questo opuscolo per contribuire a monitorare la sezione femminile di Forza Nuova “Evita Peron”, ossia donne fasciste militanti, per fornire alcune informazioni sulla loro comparsa, sui principali contenuti portati avanti e sulle loro strategie comunicative sul web.

Scarica l’opuscolo!

Fascismo e sessismo_ Forza Nuova_EvitaPeron

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Andiamo allo Human Motor

Ogni anno a Bologna va in scena il fastidiosissimo spettacolo del Motor Show: auto e moto costosissime in esposizione, accompagnate da giovani e bellissime donne che le “sponsorizzano”. Sembra di essere in un mondo parallelo, abitato solo da maschi etero cazzutissimi che possono spendere i milioni sfrecciando in meravigliose autostrade esenti dagli effetti dello smog.

Ebbene, la realtà è ben altra cosa, e sinceramente di farci sbattere in faccia tutto questo mix di sessismo e classismo non ci va proprio!
Non ci piace l’esaltazione di spese folli per delle auto (o qualsiasi altra cosa)  quando la maggior parte delle persone è costretta a lavorare, senza alcuna garanzia, giusto per la sopravvivenza.
Non ci piacciono i maschi banali che associano virilità a motori.
Non ci piace l’uso strumentale e avvilente delle donne, che in quei saloni diventano solo bellissime ragazze usate come accessori seducenti.
Non ci piace questa fiera di stereotipi su donne oggetto bellissime magre e mute, e maschi etero pronti a essere veloci a imbracciare un motore e, perché no, anche una di quelle belle ragazze.
Non ci piace questa esaltazione del motore quando moriamo di inquinamento, quando le macchine occupano spazio, quando modificano spazi abitabili per grigi parcheggi.
Ci aggreghiamo quindi volentieri anche quest’anno alle ruote instancabili delle tantissime biciclette dello Human motor. In quanto femministe, tra i nostri campi di battaglia abbiamo preferito quello del quotidiano. E la nostra critica al capitalismo passa anche da un uso conflittuale e liberalizzante della bicicletta.

E’ un passaggio molto semplice: usa la bici e non l’auto; non inquina , costa poco, e ha bisogno solo di un po’ d’affetto (che è gratis!). In più, sfrecciare con una bici ti rende più sicura, può essere un tuo piccolo spazio safe portatile. E fa anche bene! Con tutte quelle ginocchia che vanno su e giù cii riappropriamo ancora una volta del nostro corpo; anzi, il nostro corpo quasi si estende, le nostre mani sono quasi un manubrio e la nostra schiena un po’  un telaio.  Usare la bici per boicottare le macchine e sentirci  più forti è un modo per rendere un gesto quotidiano un momento di conflitto e consapevolezza. Una consapevolezza che deve essere tutta nostra!  Quindi bando alle politiche ipocrite della giunta comunale o a luoghi culturalaziendal – o chi sa cosa! – come Dynamo, che sull’uso della bicicletta vogliono arricchirsi e speculare.


Vogliamo spazio, tanto spazio, non briciole di sentieri tra centri commerciali e colonne di macchine!

Distruggiamo il capitalismo, distruggiamo il sessismo, senza inquinamento godiamoci quello che abbiamo fra le gambe!
Andiamo alla critical mass di sabato 9!
Andiamo allo Human Motor!

 

da human-motor.noblogs.org

Venerdì 8 dicembre @ Xm24 ore 18.00
10 anni di Gloriosa Ciclofficina Popolare Ampioraggio
Compleanno, inaugurazione nuovi spazi, gara di biciclettine, ciclotteria e musica

Sabato 9 dicembre @ Piazza dell’Unità ore 15.00
Human Motor 2017
Critical mass contro l'(auto)distruzione a seguire cena, karaoke e festività @ Xm24

Domenica 10 dicembre @ Xm24 ore 11.00
Assemblea intergalattica de* ciclist* e delle ciclofficine popolari

Attenzione! Pericolo critical mass improvvise

 

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Racconto del 27-10-2017 ore 14:59

Sull’aborto mio
Dalla notte del nostro primo bacio ero stata per lui un voluttuoso giocattolo, un’amante, una compagna umile che non chiede di esser mostrata, ma si lascia celare. Nella calda primavera di un anno e mezzo dopo il mio amore fioriva maturo e rigoglioso. Avevo solo da dare. Diciassettenne, giovane e innamorata. Gli avevo sempre detto di sì. Del sesso, lui conosceva e io ignoravo, così credevo. Fin dalla prima notte gli avevo detto di sì, senza mai mettere in discussione il modo, il luogo, il tempo.
Conosci il pericolo, a diciassette anni? Lo temi? Io ero una ragazzina coraggiosa. Ero una ragazza imprudente. Amavo e non vedevo pericolo nel mio amore. Il mio corpo era un suo strumento, ero creta nelle sue mani. Amavo, non conoscevo altra gioia. Credo che anche lui mi amasse, a suo modo, dopotutto. In qualche modo, da qualche parte anche in lui si annidava amore.  Lo penso perché nemmeno lui conosceva paura. Eppure quando i dubbi arrivarono, fui io a non dar loro alcun credito.
Era cresciuto in un paese. Suo padre era morto di overdose quando lui era bambino. A scuola le maestre gli dicevano: brutta razza, la tua. Non combinerai mai niente. Lui ci credette.
Ora si drogava anche lui, si imbottiva tutti i fine settimana di qualunque graziosa pilloletta colorata fosse in grado di agguantare con le sue belle mani. E quando era stanco del viaggio, si sporcava il naso di bianco e credeva di riprendere fiato.
Lo amavo e mi dicevo: sarò io a salvarlo.
La primavera quell’anno fu calda e assolata. A notte fonda facevamo l’amore su ogni belvedere, arrampicandoci sulle terrazze dei ricchi, scopavamo sotto le stelle, credo che nessuno mi abbia più scopata così.
Era giovane anche lui, ma per la maggior parte del tempo non era più lucido né consapevole. Seppe dirlo solo dopo: abbiamo rischiato. A me nessuno aveva mai detto che per quanto ami un’altra persona le regole dell’amor proprio non possono mai essere infrante. Ma credo avrebbero dovuto insegnarmelo quand’ero piccola, quando scoprii il piacere in primo liceo, che il sesso si fa solo col preservativo, per una serie infinita di ragioni.
Nessuno lo fece e a diciassette anni rimasi incinta. Trenta giorni dopo il test di gravidanza abortii. Non ebbi dubbi. Nel mio utero non cresceva un bambino, ma un sasso, una scatola di pietra: conteneva tutte le graziose pillole che il mio non fidanzato aveva ingerito negli ultimi sei mesi, e tutti i preservativi che in tre anni avevo rinunciato ad usare; le parole cattive di maestre elementari che in realtà raccontavano quanto potere abbia la scuola in un piccolo paese. Celati da un coperchio di pietra, nel mio utero crescevano solo sogni infranti: avrei rinunciato al diploma, all’università, ai viaggi, ad anni ancora di giovinezza, spensieratezza. Non ebbi alcun dubbio, nemmeno per un istante: quel nauseante contenitore doveva sparire – e sparì.
Questo non vuol dire che non ci fu dolore, che medici e assistenti sociali non furono capaci di umiliarmi, che non soffrii e piansi. Ancora oggi, a cinque anni di distanza, non sono riuscita a tornare nel piccolo paese dove lui, credo, vive ancora. Non l’ho mai più visto, non gli ho mai più rivolto la parola. Fu lui a sparire, poche settimane prima dell’operazione, e quando mesi dopo provò a tornare avevo cominciato a capire che erano stati i miei sì a ferirmi. Allora stetti zitta e sperai che capisse anche lui. Ero arrabbiata, ho odiato lui e me stessa molto più di quanto potesse avere senso – non ha mai avuto alcun senso.
Oggi so che fummo vittime. Nonostante le nostre responsabilità, fummo vittime. Sono stata vittima. Rinunciai all’amore più puro che abbia mai provato. Rinunciai a forsennate, grandiose scopate, a promesse d’eternità. Con la scatola di pietra abortii anche qualcosa che somigliava ad amore e innocenza.
E lo rifarei altre mille volte.
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