ASSEMBLEA, ASSEMBLEA!

Il patriarcato ti sfianca e hai bisogno di lamentarti con qualcuna?
A colazione prendi caffè con rabbia ma non basta la boxe per sfogarla?
Pensi che sia proprio arrivato il momento di rafforzare il tuo sistema immunitario con una dose massiccia di sorellanza?
Per questo e per portare avanti piccole, medie e grandi lotte puoi prendere in considerazione di partecipare alle nostre assemblee.
Ci vediamo tutti i mercoledì in Via del Piombo 5.
Mandaci una mail a viazambonifemminista@inventati.org o contattaci alla nostra pagina FB Mujeres Libres Bologna
– immagine presa dal web –

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UNA BATTAGLIA E’ VINTA, MA IL NOSTRO ATTACCO NON SI FERMA

È di pochi giorni fa la notizia dell’aggiornamento delle linee guide per l’utilizzo della  Ru486 che permette alle donne di poterne usufruire fino alla nona settimana, non più fino alla settima, e di evitare in tutta Italia il ricovero in ospedale.
Ci viene da dire con un po’ di sollievo ERA ORA!

Questo adeguamento avviene sulla scia di anni di lotte e rivendicazioni dei movimenti  femministi, prima perché si legalizzasse l’aborto, poi perché si eliminasse l’obiezione di coscienza e lo stigma. Le lotte di piazza, le assemblee, le pratiche di solidarietà e sorellanza femminista sono state il motore per questo cambiamento, che è una piccola parte di ciò che vogliamo ottenere. Perché noi vogliamo tutto e non ci stancheremo di pretenderlo.
Ricordiamo inoltre che in altri paesi europei queste disposizioni erano già attive e l’Italia, che ha solo motivi politici per osteggiare l’accesso all’ IVG [Interruzione Volontaria di Gravidanza], era ovviamente rimasta indietro.

Ci occupiamo da anni di aborto in Emilia-Romagna e non solo, con il monitoraggio, con la lotta ai no choice, con l’ascolto e il supporto a chi decide di abortire e possiamo dire che per tante è un’esperienza positiva, di vera e propria pratica di autodeterminazione della propria vita, o più banalmente una via da percorrere. Durante l’emergenza sanitaria abbiamo constatato che ridurre i passaggi per l’aborto è possibile. Così come  probabilmente era già possibile da tempo passare da 7 a 9 settimane il limite per la somministrazione della Ru486.

La Ru486 è indubbiamente meno invasiva di un intervento chirurgico e se il servizio sanitario funzionasse come dovrebbe, ogni persona sarebbe adeguatamente monitorata senza essere esposta ad alcun rischio per la propria salute. Sono minori anche i costi per il sistema sanitario che a oggi regge a mala pena (il che si riversa non solo nelle carenze
di strutture ma anche nell’assenza di personale in grado di seguire correttamente tutte le persone che hanno bisogno di cure o supporto). Salutiamo quindi positivamente questo aggiornamento che renderà un po’ più facile la scelta di molte donne.

Certo è che la situazione in Italia rimane grigia. Il livello di obiezione di coscienza è elevatissimo, e noi che siamo in Emilia, una delle regioni considerate tra le meno colpite,  sfioriamo il 60%. Ricordiamo che in Italia ci sono zone dove l’obiezione si aggira intorno al 90%, dove abortire una volta eseguiti i passaggi preliminari (certificato medico, test delle urine, richiesta o meno dei 7 giorni ecc…) non è scontato perché non ci sono medici che garantiscono il sevizio. Chi sono gli obiettori infatti? Sono medici pagati come gli altri che però si rifiutano di fare una parte del loro lavoro. Motivi etici religiosi dicono loro, motivi economico politici diciamo noi. Purtroppo dietro i loro giochini ci sono le vite di tantissime donne che si ritrovano costrette ad un’ansia terribile i giorni prima dell’IVG o addirittura sono costrette a cambiare città. O peggio, a ricorrere all’aborto clandestino che in Italia per via dell’obiezione di coscienza e per una scarsa informazione ancora è praticato, e non tutte riescono a farlo in sicurezza. Infatti praticare l’obiezione di coscienza non significa che avvengano un minore numero di aborti (cosa non comunque auspicabile, poiché costringere una donna a una gravidanza indesiderata è una violenza inaccettabile) bensì significa mettere in pericolo la vita e la salute delle donne. Aborto clandestino spesso significa morte o gravi complicazioni e conseguenze per la salute delle donne. Dove  l’aborto è illegale, e in Italia prima che fosse legalizzato, le donne che non potevano pagare costose cliniche private o viaggi all’estero morivano su qualche tavolo di mammana o di medici improvvisati. L’obiezione di coscienza mette a rischio la salute delle donne, e, essendo l’IVG un servizio alla salute tutelato legalmente, questo è inaccettabile.

E se domani scomparissero tutti gli obiettori?
Beh non potremmo comunque cantare vittoria perché tra i vari ostacoli  all’autodeterminazione uno dei più ingombranti è lo stigma che accompagna le donne che vogliono abortire. Questa è una questione che non riguarda solo l’ambiente cattolico.  Rifiutiamo quei discorsi retorici che negano la legittimità della scelta di non volere un/a figlio/a e che legano necessariamente la volontà di abortire a condizioni materiali sfavorevoli come l’indigenza o la precarietà lavorativa. Ci sono donne che anche con un un buon lavoro e una buona situazione relazionale non vogliono procreare, quindi basta con la classica frase “Eh ma magari se ci fosse stata un’altra situazione..” che può solo
generare solo dell’inutile senso di colpa. Si abortisce anche semplicemente perché si è rimaste incinte senza volerlo, e bisogna essere libere di farlo, libere da impedimenti materiali, libere da giudizi e condizionamenti esterni.
E’ molto difficile fare comprendere alla maggioranza delle persone che si può abortire perché semplicemente non si vogliono avere figli, o che si può stare benissimo anche dopo l’IVG. Per molte persone (e non parliamo di ferventi cattolici o religiosi, ma di persone comuni, laiche, anche giovani) se le donne vogliono avere il diritto di scelta sui propri corpi, la colpa deve comunque essere una costante che si accompagna all’IVG. Non è comprensibile a molt* che una donna possa affrontare tale esperienza con serenità. Rispediamo al mittente tutta la storiella dell’aborto come trauma che ritorna. Traumatico è dover ricorrere all’aborto clandestino, dover emigrare se si rimane incinta, avere il panico per una gravidanza indesiderata e quindi una vita, la propria, rovinanata.              Noi sì siamo per la vita, pro life all’ennesima potenza se la vita da tutelare è quella delle donne, sul cui corpo non ci deve essere Stato o obiettore a metter bocca.

Non sono mancanti in questi giorni gli attacchi all’aggiornamento delle linee guida  succitate, cosa che non ci sorprende minimamente. Siamo ben consapevoli di come i movimenti no gender legati all’estrema destra in Italia si stiano rafforzando spargendo idee omofobe e misogine, passando quando serve all’azione, dai pestaggi al blocco di iniziative che possono mettere in difficoltà la famiglia tradizionale. Sappiamo chi sono e
sappiamo dove sono e non smetteremo di osservarli e combatterli.
Ne approfittiamo per ribadire che la battaglia per l’autodeterminazione dei corpi riguarda tutt*. Quando si parla di ingerenza neofascista e cristiana nelle nostre vite siamo tutt* sotto attacco. Non esistono questioni che riguardano solo le donne, solo migranti, solo lgbtqi+. Nessuna persona si senta esclusa o al riparo. Le ingerenze fasciste possono assumere la forma di un accoltellamento, o di un laboratorio per bambin* in una scuola pubblica, di un’educazione che non promuove valori di libertà e autodeterminazione, o di un’iniziativa per famiglie tutt’altro che innoqua.

Vogliamo la Ru486 ancora più accessibile, le bocche cucite di chi ci vuole far sentire sbagliate, l’estinzione degli obiettori di coscienza, un’educazione alla sessualità,  all’accettazione di sé stessi e non gabbie che costringono i più piccol* abituandol* all’addomesticamento.
Vogliamo tutto… adesso ancora di più.

Mujeres Libres Bologna

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ATTENZIONE! CHIAMATA AL GENDER, CHIAMATA AL GENDER! 11 luglio h 18:00 piazza Nettuno

😱Ve ne siete accortx? Nelle ultime settimane hanno riaperto le fogne (molto mal chiuse, di questi tempi). E cosa è venuto fuori? Il solito liquame: cattofascisti anti-scelta che vorrebbero difendere il loro diritto a restare omofobi.
L’11 luglio saranno anche a Bologna. Però, ops, nessuna bella figura per loro: noi saremo in piazza, noi che con le nostre esistenze e pratiche tutti i giorni cerchiamo di liberarci da loro, dal patriarcato opprimente, dall’imposizione dei ruoli di genere che ci vogliono madri, mogli e se va “bene” lavoratrici, smart sì ma pur sempre sfruttate, zitte e accondiscendenti.

Combattere il fascismo oggi significa anche non dare tregua a chi si trincera dietro l’ambigua espressione NO GENDER e ribadire con forza la nostra rabbia: questo sistema di violenza e oppressioni ve lo smantelliamo, vivendo e lottando!

 

 Molto più di Zan!

Siamo froce, lelle trans*, lgbtiq+, sex worker, rifugiat*, razzializzate, donne, lesbiche e lesbicx. Siamo transfemministe. Siamo corpi desideranti, e vogliamo essere libere dalla violenza strutturale che l’eteropatriarcato ci impone ogni giorno. Per liberarci serve molto di più di una legge, lo sappiamo, per questo la nostra lotta non si è mai fermata. Chiediamo molto più della legge Zan, perché non ci basta inasprire le pene a costo zero, ma vogliamo un cambiamento radicale della società che ci opprime.

Il dibattito sulla legge Zan è lo specchio della stessa violenza che viviamo ogni giorno: persino quando si parla dei nostri corpi le parole sono quelle degli oppressori. La nostra presa di parola vale molto di più di quella di chi scende in piazza in difesa del proprio privilegio, rivendicando il diritto alla violenza e chiamandolo libertà. La nostra presa di parola vale molto di più di quella di qualche sedicente femminista, intenta a riprodurre il controllo sui nostri corpi che ha imparato dal patriarcato. La nostra presa di parola vale molto di più, perché è di noi che si sta parlando.

Vogliamo molto di più di una legge incentrata sui dispositivi punitivi. Lo abbiamo detto a Verona con Non Una Di Meno, lo abbiamo detto nelle piazze favolose del pride transfemminista queer, e lo diremo di nuovo questo sabato. Il dibattito sulla legge contro l’omolesbobitransfobia è l’ennesimo tentativo di trattare delle garanzie giuridiche minime come una merce di scambio, in una società che ancora non riconosce la nostra esistenza.

Il contesto pandemico ha dimostrato quanto la legge italiana sia espressione del patriarcato e del binarismo di genere. È risultato evidente nell’imbarazzante graduatoria degli affetti stilata dal governo all’avvio della Fase 2, rigidamente vincolati a legami di sangue o di relazioni eteronormate. Ancora più violentemente, si è imposta sui corpi delle donne e delle soggettività femminilizzate costrette nelle proprie case insieme a compagni e padri violenti.

Per cambiare questa realtà non basta inasprire le pene: ciò che serve è un cambiamento radicale del presente. Sappiamo anche che la violenza quotidiana subita da persone queer, trans e dissidenti difficilmente viene a galla proprio perché denunciarla significa esporsi nuovamente ad essa. Ma sappiamo anche che chi si sta opponendo a questa legge di questa violenza è complice. Negare che esistano forme di violenza indirizzate contro esperienze di genere che non rientrano nei ruoli prescritti da questa società patriarcale significa legittimare che migliaia di persone siano oppresse e precarizzate più intensamente a causa di quegli stessi desideri dissidenti e che non abbiano strutture alle quali rivolgersi quando subiscono violenza, significa negare che la discriminazione produce disuguaglianza economica e sociale.

Riconoscendo quindi che l’omolesbobitransfobia, come la violenza di genere e del genere, come la misoginia, non è un atteggiamento psicologico individuale, non è una violenza episodica, non è una mera discriminazione correggibile con una legge, ma è sistemica e strutturale, chiediamo molto di più del ddl Zan. C’è bisogno di agire in prevenzione nelle scuole. Se da un lato le scuole sono luoghi dove molt* persone lgbtqi possono stare lontano da famiglie violente e creare comunità in cui riconoscersi, allo stesso tempo spesso è anche il luogo in cui si riproduce la violenza sistemica. Vogliamo un cambiamento radicale della scuola, una revisione dei programmi e dei libri di testo, formazione per le insegnanti, educazione sessuale, affettiva e alle differenze, soldi. La scuola deve essere il luogo dove vengono abbattute le barriere di genere, classe, razza, orientamento sessuale. Solo così si potrà contrastare l’omolesbobitransfobia e non limitarsi a punirla.

C’è bisogno di rafforzare, in tutte le forme e luoghi possibili, i centri antiviolenza. Negli ultimi anni abbiamo visto un generale disinteresse verso i centri antiviolenza, lasciati senza finanziamenti o minacciati di chiusura, da ultimo l’esperienza di Lucha y Siesta a Roma. Noi chiediamo di più, non solo che questi centri non vengano depotenziati, ma anche la creazione di centri antiviolenza lgbt autogestiti.

C’è bisogno di un reddito di autodeterminazione, universale, individuale, slegato dal lavoro, per emanciparsi dalle famiglie di origine e sottrasi alla violenza domestica e anche come risarcimento per essere dell* bambin* e adolescenti queer in una società eteropatriarcale!

Per questo sabato 11 luglio saremo nuovamente in piazza a Bologna contro la violenza di genere e dei generi, per chiedere che sia riconosciuta la natura sistemica della violenza che colpisce tuttx noi. Il transfemminismo produce relazioni dissidenti e soggettività autodeterminate, che sono gli unici anticorpi possibili di fronte alla violenza strutturale dell’eteropatriarcato. Di fronte a questa violenza torniamo in piazza, per chiedere molto più della legge Zan! Dichiariamo lo sciopero permanente dai generi imposti e normalizzati! Alla reazione di gender panic causata dal solo nominare il “genere”, rispondiamo alzando la posta: noi siamo già oltre il panico, siamo paniche!

#genderpanic #bsidepride #nonunadimeno #ddlzan

Laboratorio Smaschieramenti

B-Side Pride

Rete Bessa

Non Una Di Meno Bologna

Mujeres Libres Bologna

La MALA educación

Ombre Rosse

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Aborto, femminicidi, no gender

Il 26 giugno 2020 durante la piazza di Non una di Meno a Bologna e il 27 giugno 2020 durante il B-side pride abbiamo letto dei comunicati che qui riportiamo

Aborto:

Siamo le Mujeres Libres, un collettivo femminista, facciamo parte da tanto del movimento nudm, dalla nascita il collettivo ha portato avanti, tra le altre, la lotta per garantire l’ accesso ad un aborto sicuro e gratuito. Durante la pandemia abbiamo costantemente monitorato la possibilità di accesso all’ interruzione volontaria di gravidanza negli ospedali di Bologna.
A Bologna il servizio èstato svolto solo al Maggiore e sospeso invece al Sant’Orsola.
Oltre al monitoraggio della situazioneabbiamo anche offerto supporto diretto alle persone che siritrovavano a dover affrontare un’IVG.
Le informazioni che abbiamo raccolto sono risultate discordanti: l’accesso alla procedura è stato semplificato ma questo iter non è mai stato ufficializzato.
Quindi se è possibile semplificare i passaggi appare quindi evidente che l’unico ostacolo per snellire le procedure è di natura politica.

L’aborto è un servizio essenziale, deve essere erogato con professionalità e evitando di allungare i tempi di attesa. Perciò vogliamo che questa procedura venga seguita e “ufficializzata” anche al rientro dell’emergenza sanitaria.
Invece, in alcune parti di Italia accade esattamente il contrario. La regione Umbria, guidata dalla leghista Tesei, sostenuta da vari esponenti della galassia anti scelta e pro life, primo fra tutti pillon, ha imposto l’obbligo di ricovero ospedaliero di tre giorni per le donne che sceglieranno di abortire con il metodo farmacologico. Mentre in altri paesi d’Europa, come Francia e Inghilterra, le procedure incentivano il teleaborto o la semplificazione dei passaggi, in Italia si applicano nella maggior parte delle regioni le linee guida che indicano il ricovero ospedaliero.
La presidente della regione Umbria dichiara che questa decisione è stata presa nell’interesse della salute delle donne: una spudorata menzogna, dal momento che le evidenze scientifiche dimostrano che l’aborto farmacologico è una procedura sicura, a bassissimo rischio. Invece in questo momento è alto il rischio di recarsi in ospedale. Il ricovero ospedaliero non serve, è un ostacolo ulteriore per le donne e in questo periodo un rischio per la nostra salute, per la comunità ha pagato un gravoso tributo di vittime per il sovraccarico e l’inadeguatezza delle strutture ospedaliere pubbliche. Non fate altro che dirci che non ci sono soldi per la sanità e per i servizi, e poi volete tenerci in ospedale tre giorni impiegando personale e risorse che potrebbero essere indirizzate verso un reale bisogno?

Sappiamo bene che ci sono grosse reticenze per garantire l’accesso all’aborto farmacologico, chederivano da una presa di posizione politica, ideologica e religiosa, (la stessa per la quale ancora oggi il 68,4% dei ginecologi sono obiettori) di chi mira a negare il diritto alle donne di poter decidere sulla loro salute riproduttiva e sulle loro vite.
Intanto, in toscana, la giunta regionale ha approvato una risoluzione che attesta l’impegno nell’implementare la possibilità di abortire col metodo farmacologico, fra cui quella di aumentare la possibilità di somministrazione della Ru486 fino alla nona settimana, come già avviene in molti paesi europei, e la possibilità di abortire in consultori. Queste sono due delle rivendicazioni che appoggiamo e sosteniamo, Ciò è stato possibile grazie alla presenza di nudm in quel territorio, il monitoraggio, la spinta politica dal basso verso libertà ed autodeterminazione. Questa è una notizia positiva che mostra speranza per un’inversione di tendenza rispetto alle politiche antiabortiste; ma non ci basta! Vogliamo l’attuazione concreta di queste misure e la loro estensione su tutto il territorio nazionale! Vogliamo gli obiettori fuori dagli ospedali!

Anche qui a Bologna non siamo esenti dalla violenza che esercitano sui nostri corpi i medici e il personale sanitario obiettore, i tempi sono lunghi, le informazioni spesso sono scarse e alle volte incontriamo l’ostilità di chi pensa di avere diritto di giudicare le nostre scelte.

Rilanciamo le rivendicazioni della Rete Pro-choice al ministero della salute e chiediamo

-eliminazione della raccomandazione per il ricovero ospedaliero per la ru486

-assunzione della ru fino alla nona settimana

-la possibilità di effettuare l’aborto farmacologico nei consultori, che devono tornare ad essere spazi femministi, liberi da pregiudizi

-in relazione allo stato di emergenza l’ammissione di una procedura da remoto, monitorata da servizi di telemedicina

-accorpare le visite in un unica giornata.

Vogliamo poter abortire in sicurezza e tranquillità nelle nostre case, per non esporci inutilmente al rischio del contagio in ospedale e per riconquistare una maggiore autonomia sui nostri corpi. Vogliamo finalmente esercitare liberamente le nostre scelte, senza essere ospedalizzate quando non strettamente necessario.

Ricordiamo ancora una volta che come mujeres libres offriamo il nostro sostegno emotivo e pratico a tutte le persone che ce lo richiedono.

La solidarietà femminista è forte e necessaria!

juntàs somos màs fuertes!

Femminicidi

Abbiamo assistito ad una gestione dell’emergenza  sanitaria che si è focalizzata solo sul contenimento della pandemia, senza occuparsi dei danni collaterali che il lockdown ha prodotto sulla vita di molte donne. Donne obbligate alla detenzione/convivenza con uomini violenti, e come loro tantissime altre soggettività non conformi.

Proprio quest’anno che ha visto il tentativo di chiusura di lucha y siesta struttura di ospitalità per donne e bambinx in fuoriuscita da situazioni di violenza e abusi.

32 sono le donne uccise dall’inizio del 2020, e tutti i giorni veniamo a conoscenza di donne picchiate, maltrattate e sopravvissute alle violenze.

Le chiamate ai centri antiviolenza sono aumentate del 75% circa.

Questi dati non fanno altro che rimarcare quello che diciamo da tempo oramai: la violenza è strutturale e sistemica, ed è diretta espressione della violenza maschile che pervade ogni ambito della nostra società. La violenza patriarcale ha moltissime espressioni che spesso sono banalizzate e normalizzatesoprattutto dalle istituzioni.  Abbiamo preso parola per sottolineare che vogliamo e dobbiamo continuare ad attraversare le strade, bisogna continuare a contrastare  la violenza di genere e del genere. Portare tutte queste donne nelle nostre lotte. La soluzione non è una maggiore militarizzazione delle strade, la soluzione è scuotere le fondamenta di una società patriarcale. La violenza di genere e del genere è un dispositivo di controllo funzionale a un certo tipo di produzione e riproduzione sociale, familista, basata sull’ eterosessualita obbligatoria. Per questo rivendichiamo reti di sorellanza, reti femministe, transfemministe queer, i centri antiviolenza. Rafforzare queste reti vuol  direrafforzare la lotta alla violenza strutturale.

Le 32 donne uccise da uomini violenti solo questo anno sono:

Carla Quattri Bossi
Concetta Di Pasquale
Fausta Forcina
Maria Stefania Kaszuba
Ambra Pregnolato
Francesca Fantoni
Rosalia Garofalo
Fatima Zeeshan
Rosalia Mifsud
Monica Diliberto
Speranza Ponti
Laureta Zyberi
Anna Sergeevina Marochkina
Zdenka Krejcikova
Larisa Smolyak
Barbara Rauch
Bruna Demaria
Rossella Cavaliere
Lorena Quaranta
Gina Lorenza Rota
Viviana Caglioni
Maria Angela Corona
Alessandra Cità
Marisa Pireddu
Zsuzsanna Majlat
Maria Drabikova
Mihaela Apostolides
Gerarda Di Gregorio
Rubina Chirico
Giuseppina Ponte
Cristina Messina
Paola Malavasi
Non chiediamo di fare un minuto di silenzio per queste donne,  vogliamo dare voce al dolore  e alla rabbia.

No Gender

Negli interventi che ci hanno precedute si sono nominati varie volte i cosiddetti gruppi No Gender.

Anche noi pensiamo che sia importante parlarne perché qua non si tratta di un gruppo di reazionari folcloristici, bensì di una rete ben strutturata radicata a livello internazionale. Sono ovunque.

È ora di prenderli molto seriamente: sono ben finanziati, parliamo di miliardi di dollari provenienti da fondazioni legate a patriarchi russi, ricchi imprenditori, campagne di croud founding internazionale, gruppi religiosi cristiano evangelisti e persino fondi pubblici.

Negli ultimi 30 anni hanno costruito una struttura che va ben oltre la comunicazione e la pressione politica, ma che consiste oggi in scuole di giurisprudenza per formare avvocati anti gender e che erogano borse di studio; hanno uffici in tutti i centri decisionali politici in Europa, a Bruxelles, Strasburgo, fanno meeting internazionali segreti in cui si danno delle linee guida da attuare nel lungo periodo ognuno nel proprio territorio.

Non è solo una questione religiosa, ma è anche legata al profitto, perché l’ordine eteropatriarcale è quello che consente la riproduzione capitalistica: è al profitto che serve un mondo di famiglie tradizionali individualiste che producano e si riproducano. Ci sono imprenditori che pur non essendo estremisti religiosi vedono comunque nell’ordine patriarcale e capitalista l’opportuinta per mantenere lo status quo che consente loro di fare profitto.

In Italia questa gente si chiama Pillon, Gandolfini, Por Vita E Famiglia, è attiva dentro La Lega, Fratelli d’Italia, Forza Nuova, Casa Pound, hanno una scuola per formare “gladiatori cristiani” in un monastero medievale a Trisulti che il Ministero dei Beni Culturali ha praticamente regalato loro: sono nazionalisti razzisti sovranisti cattofascisti e continuano a mobilatarsi.

L’11 luglio saranno in moltissime città italiane per difendere il loro diritto ad essere omolesbobitransfobici. Saranno anche a Bologna. Noi invitiamo tuttu a mobilitarsi, facciamo capire a questa gente che noi esisteremo sempre e comunque, saremo libere nonostante tutto e ovunque andranno noi ci saremo a rovinare tutto.

Non avranno mai spazio e non avranno mai tregua!

Fuori i cattofascisti dalle nostre esistenze!

 

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Accesso Iinterruzione Volontaria di Gravidanza a Bologna: aggiornamento dell’11/05/2020

Stiamo tenendo costantemente monitorata la situazione inerente l’interruzione volontaria di gravidanza e i passaggi pratici. 
Le informazioni circa l’accesso all’Ospedale Maggiore continuano ad essere discordanti, in particolare riguardo alla necessità di presentarsi lì essendo già in possesso del certificato di gravidanza. Dopo le informazioni raccolte via telefono nelle scorse settimane, e di cui vi abbiamo parlato qui, abbiamo ricevuto testimonianza diretta di una IVG farmacologica eseguita senza che sia stato necessario presentarsi con il certificato di gravidanza.
Siamo soddisfatte di constatare come a Bologna sia stato semplificato l’accesso al servizio ed evitata l’esposizione ad inutili rischi di contagio. In tempi “normali”, a cui non vorremmo tornare, invece, il passaggio da un medico esterno all’ospedale e il test di gravidanza refertato (analisi delle urine) sono obbligatori.
Questa situazione di emergenza sta svelando molte contraddizioni su vari campi, e riguardo all’aborto
mostra come è possibile semplificare l’accesso, ridurre i passaggi e il numero di strutture a cui rivolgersi.
Vogliamo che questa procedura venga seguita e “ufficializzata” anche al rientro dell’emergenza sanitaria. L’aborto è un servizio essenziale, deve essere erogato con professionalità, evitando di allungare i tempi di attesa, complicando un percorso che già di per sè risulta impegnativo dal punto di vista emotivo e pratico. 
Rilanciamo ancora le rivendicazioni della Rete Pro-choice, che chiede “un adeguamento normativo delle procedure attuali, in particolare quelle per l’aborto farmacologico, che in questa fase di emergenza sanitaria appaiono particolarmente arretrate e non consone alle evidenze scientifiche e alla best practice medica”. Occorre accorpare gli esami necessari in un’unica giornata, incentivare l’uso della Ru486 ed estenderne la somministrazione alla nona settimana (come avviene in diversi paesi europei da parecchi anni), promuovere il teleaborto. Vogliamo poter abortire in sicurezza e tranquillità nelle nostre case, per non esporci inutilmente al rischio del contagio in ospedale e per riconquistare una maggiore autonomia sui nostri corpi
L’emergenza rende ora necessario un repentino adattamento e ci fa capire che l’unico vero ostacolo alla messa in pratica di procedure più snelle è l‘assenza di volontà politica in tal senso. 
Vogliamo estendere le nostre rivendicazioni oltre l’emergenza!
Non accettiamo più che l’aborto sia una battaglia politica che si combatte sui nostri corpi, l‘IVG deve essere una procedura non soggetta agli attacchi degli obiettori di coscienza, né rallentata dalla burocrazia. I consultori devono tornare ad essere spazi femministi, liberi da pregiudizi, dove poter eseguire l’aborto farmacologico, mantenendo in ospedale solo quelli eseguiti chirurgicamente. L’interruzione volontaria di gravidanza deve essere vissuta in serenità: è da qui che passa l’autodeterminazione, il controllo delle scelte sui nostri corpi deve essere lasciato a noi e solo a noi. Vogliamo finalmente esercitare liberamente le nostre scelte, senza essere ospedalizzate quando non strettamente necessario
Ricordiamo ancora una volta che offriamo il nostro sostegno emotivo e pratico a tutte le persone che ce lo richiedono in tale momento.
La solidarietà femminista è forte e necessaria. Noi ci siamo, scriveteci!
Collettivo femminista Mujeres Libres-Bologna 
Mail: viazambonifemminista@inventati.org 
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Ecco qua il riepilogo delle informazioni su come accedere alle IVG in questo periodo (la data è quella del 28/04 perché le procedure non risultano modificate dopo di allora)
    Attenzione: All’Ospedale Maggiore potrebbe NON servire il certificato medico.
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