24 febbraio. Non è solo l’anniversario di un’invasione. È l’anniversario di una resistenza.

Quando parliamo della guerra in Ucraina, troppo spesso la riduciamo a una questione geopolitica. Confini, NATO, gas, equilibri militari.

Ma questa guerra è anche, e profondamente, una questione transfemminista.

Negli ultimi anni la Russia ha rafforzato in modo sistematico la repressione contro le persone LGBTQ+. Nel 2022 è stata ulteriormente inasprita la legge contro la cosiddetta “propaganda gay”, rendendo punibile anche la semplice esistenza pubblica di relazioni tra persone dello stesso sesso. Nel 2023 il presunto “movimento internazionale LGBTQ” è stato dichiarato organizzazione estremista, equiparata al terrorismo, con pene fino a dieci anni di carcere. Il cambio di genere è stato reso illegale. L’omosessualità viene nuovamente trattata come devianza, crimine o malattia.

Questa non è propaganda occidentale. È una realtà che colpisce vite concrete.

Per questo, quando parliamo di resistenza ucraina, dobbiamo riconoscere che è anche una resistenza transfemminista.

Molte attiviste che prima organizzavano festival, reti femministe e spazi di confronto oggi sono impegnate nel supporto umanitario, nella difesa territoriale, nella costruzione di reti di mutuo aiuto. Alcune combattono. Altre raccolgono fondi. Altre ancora lavorano per evacuare persone della comunità LGBTQ+ dai territori occupati, dove il rischio di persecuzione è altissimo.

Le persone queer in Ucraina combattono con una doppia consapevolezza: difendono il proprio paese e, allo stesso tempo, difendono la possibilità stessa di esistere liberamente. Perché nei territori occupati “pace” non significa sicurezza: significa controllo e repressione.

In tutto ciò il lavoro di cura delle donne non si placa ma diventa anche più complicato. 

Tengono insieme famiglie, figli, genitori anziani. Le donne che lavorano, che sostengono partner al fronte, che affrontano il lutto senza potersi fermare. Le donne arruolate come volontarie, spesso senza uniformi adeguate, invisibilizzate nelle narrazioni eroiche della guerra. Le loro sofferenze raramente fanno notizia, ma sono la struttura portante della resistenza. Resistere per vivere, per desiderare un mondo senza patriarcato e senza fascismi

Questa è la guerra più grande in Europa dopo la Seconda guerra mondiale.

Eppure in molti dibattiti europei si parla più del costo del gas che della repressione politica, della criminalizzazione delle soggettività LGBTQ+, della progressiva esportazione di un modello autoritario e patriarcale.

Oltre praticare la solidarietà, possiamo cogliere l’occasione per decostruire stereotipi sessisti e razzisti verso le donne dell’est in Italia e demolire immaginari verso altre terre di cui sappiamo molto poco.

Occupazione non è pace. 

Neutralità davanti alla repressione non è pacifismo.

La solidarietà, se è davvero tale, non può fermarsi ai confini.

Ricordare il 24 febbraio significa riconoscere che la lotta contro l’imperialismo è anche una lotta contro l’omotransfobia di Stato, contro l’idea che diritti e libertà siano negoziabili.

La resistenza ucraina non è solo militare.

È transfemminista.

E riguarda tuttə noi.

Per la fine di tutte le occupazioni, delle guerre, dei genocidi e per l’autodeterminazione dei popoli

Qui puoi ascoltare la testimonianza di Mira, attivista di Solidarity Collectives, da cui abbiamo preso spunto per scrivere queste righe.

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